Una riflessione sulla valutazione nella scuola italiana

Proseguiamo la rassegna delle riflessioni che abbiamo avviato sulla recente reintroduzione dei giudizi descrittivi nella scuola primaria e in generale sulla valutazione scolastica e che ha preso avvio con un primo articolo di Mario Russo. Ringraziandolo per il prezioso contribuito, ospitiamo nel nostro blog un articolo di Raffaele Mantegazza, docente di Scienze umane e pedagogiche del Dipartimento di Medicina e Chirurgia – Università di Milano-Bicocca.

Una riflessione sulla valutazione nella scuola italiana, e soprattutto nella scuola primaria, è urgente e non può essere risolta semplicemente modificando i sistemi valutativi. Il problema non è se siano più efficaci i numeri, le faccine o le frasi sintetiche, ma cosa significa valutare quando si ha a che fare con bambini da 6 a 10 anni. Una riflessione che deve essere pedagogica a 360°.

Ora, a mio parere nessun elemento di valutazione numerica o verbale dovrebbe essere presente nel primo ciclo. Sicuramente dovrebbero essere aboliti i voti, che si trascinano dietro, per cultura e per storia, tutta una serie di fantasmi che sarebbe troppo difficile scrollarsi di dosso. Se la valutazione, come diremo più avanti, deve essere uno strumento che aiuta il ragazzo a relazionarsi con il compito e a percepire il senso della propria crescita rispetto agli obiettivi, in prima e seconda è semplicemente troppo presto per porsi questi obiettivi. Se poi si vuole fornire a fine anno una descrizione del bambino sotto forma di giudizio sintetico, parleremo più sotto delle condizioni che rendono possibile tale scelta. Ma “il voto” attribuito a una esperienza svolta in prima e in seconda è a mio parere dannoso.

Il tema della valutazione può essere affrontato a partire dalle classi terze chiarendo subito ai bambini e alle famiglie che nessuna forma di valutazione può trasformarsi in giudizio sulla persona; ciò rischiava di avvenire con i voti numerici, per esempio quando, con un comportamento sconcertante, si “abbassava il voto” perché l’alunno aveva chiacchierato, confondendo la misurazione del profitto con la disciplina, o peggio quando un bambino pensava che il “4” fosse riferito a lui/lei come persona e non al risultato del suo lavoro (quante volte dovremo ancora ripetere che è il tema a valere 4, non Giovanni?). Ma il rischio è ancora più forte con le valutazioni verbali: “l’alunno è demotivato”; “quasi sempre distratto”; “poco collaborativo”: abbiamo letto personalmente troppe etichette di questo tipo per non temere che a partire da settembre altre simili si affianchino ai vari Dsa, Bes e simili che semplicemente funzionano come classificatori. Perché quello che sta accadendo nella scuola italiana è che alla vita dei ragazzi si stanno sovrapponendo le classificazioni, sotto forma di diagnosi e di giudizi, al punto che uno studente di 23 anni scrivendomi una mail si presenta così: “Buongiorno prof, io sono il DSA” e a me viene tristezza nel pensare al dolore e all’umiliazione che tutto questo ha comportato per questo ragazzo (al quale ho risposto: “Buongiorno, Lei è prima di tutto Simone, poi un mio studente: e poi parliamo tranquillamente dell’esame.)”

Qualsiasi discorso sulla valutazione dunque non può prescindere da una considerazione dell’esperienza scolastica nel suo complesso; che è appunto esperienza, cioè vita, e non si lascia mai ingabbiare in categorie rigide. Il che non significa che non si può programmare, verificare l’apprendimento e anche valutare, ma deve essere chiaro che la valutazione è un pezzo dell’esperienza educativa e che riguarda alcune competenze, che non esauriscono il senso del crescere a scuola, che è complesso e per fortuna va oltre ogni numero e ogni frase. Programmare una lezione non significa costringere l’esperienza vitale dentro categorie prefissate ma aprire campi di possibilità, permettere che la vita entri in classe e dotarsi di strumenti per osservarla rispettosamente e senza violarla. La valutazione è dunque un momento nel quale “ci diciamo come è andata”, “come siamo stati” in questa situazione e come tutto ciò che ha cambiati.

Le valutazioni sintetiche devono essere comprensibili, prima di tutto al bambino e poi al genitore; il “didattichese” va abolito in ogni sua forma e soprattutto vanno evitate quelle parole-fiches che spesso gli insegnanti spargono a piene mani: “maturo”, “demotivato”, “disattento”. Occorre descrivere l’esperienza educativa, non catalogarla. E’ utile allora (anche se è estremamente difficile e richiede tempo) usare la valutazione per raccontare il bambino ai genitori e al bambino stesso, come una specie di specchio che parte da eventi concreti e da esperienze reali per provare a dire “io ti ho visto così”. Il che significa superare una volta per tutte la pretesa di una valutazione oggettiva, che non ha alcun senso nel momento in cui la valutazione è sempre interpretazione, il che non significa arbitrio ma messa in campo di due soggetti (l’insegnante e l’allievo) attorno a un oggetto (il contenuto).

Il problema è che per poter descrivere i bambini, o meglio l’interazione tra insegnante, bambino e contenuto (perché il bambino ha sempre, per fortuna, qualcosa che ci sfugge al punto che Proust potè scrivere: “dei bambini non sappiamo niente”) occorre osservarli ed ascoltarli, il che richiede tempo; che è proprio quello che manca in una scuola sempre più fatta di brevi lezioni, di burocrazia strangolante, di progetti che si accavallano, di un apprendimento sempre meno basato sui tempi e sui ritmi dei bambini.

Quello che temo in questo dibattito è che avvenga quello che spesso capita quando si parla di scuola, ovvero che si faccia un po’ come in certi ospedali, nei quali in ogni reparto si cura una parte del paziente, e non si osserva la globalità. Nella scuola ogni tanto è di moda parlare di un pezzo: la valutazione, poi i progetti, poi l’intercultura, poi compiti. E si perde di vista l’esperienza scolastica, che è un tutto fatto di vita e di emozioni; e forse per questo fa paura e ci si illude di tenerla a bada rinchiudendola in un voto o in un giudizio.

Raffaele Mantegazza

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